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Sborrata dentro

Quando entrai nell'ufficio di Jane venni subito colpito dalla sfrontatezza dei quadri: due stampe enormi, grandi quasi quanto le due pareti ai lati della scrivania: "Nudo", 1912, da una parte e "Nudo rosso", 1917, dall'altra. Amedeo Modigliani.
Quadri stupendamente espliciti.
Jane era stupendamente esplicita: captai subito una sorta di corrente elettrica, anzi, di campo magnetico avvolgerci. La guardai imbambolato mentre mi illustrava le offerte di appartamenti che potevano rispondere alle mie esigenze. Non le fissai le labbra, non avrei potuto, erano troppo morbide e calde, troppo sensuali, labbra da divorare, da sognare e gustare, accendere e possedere. Le guardai il seno florido: il top nero velava ma non nascondeva, piuttosto enfatizzava.
Fissai e la giudicai: forse è sbagliato ma la mia mente giudica sempre al primo incontro e difficilmente si sbaglia. Jane era come un cioccolatino all 'Aceto Balsamico: dolce e croccante fuori, brusca, frizzante e succosa all' interno, due ingredienti che messi insieme erano pura passione.
Difficilmente la mia mente concede attenuanti alle persone che non vogliono essere se stesse.
Sulla scrivania di Jane mancava una cosa, sarebbe stata la perfetta quadratura del cerchio: una rosa scarlatta, un bocciolo non completamente schiuso, a gambo lungo, perfetta, con tante spine, inavvicinabile, vellutata.
Jane mi accompagnò a visitare il primo appartamento ma avrebbe potuto portarmi in qualunque altro posto tanto pareva logico che, appena soli, i nostri corpi si sarebbero inevitabilmente cercati.
Sull'ascensore che ci portava alla prima visita mi dette la schiena ma i nostri sguardi si incontrarono nello specchio che ci stava di fronte. Mi avvicinai lentamente, il settimo piano era ancora lontano, le feci sentire il calore del mio petto, aveva una figura invidiabile, la gonna forse lo esaltava in maniera particolare, non so, ma avrei avuto proprio voglia di prenderla lì, in quel momento. Mossi il bacino lentamente, era piccolina, il mio sesso già eccitato le sfiorava giusto i lombi e il suo sedere mi solleticava i testicoli, mi sentivo umido, forse avevo macchiato anche i pantaloni, non me ne importava nulla. Le passai le mie dita sul collo, strinsi anche un po', volevo farle vedere chi era il più forte, le infilai la mano nella scollatura, afferrai un seno, era proprio come prometteva di essere.
Arrivammo al piano: la mia lingua che frugava nel suo orecchio, la sua mano aggrappata al mio sesso che stava per scoppiare.
L'ascensore si aprì direttamente sull'atrio dell'appartamento. Approfittò della mia distrazione per tentare di scappare, la rincorsi e riuscii ad afferrarle la gonna, si sentì il classico rumore di stoffa lacerata, si voltò di scatto verso di me con sguardo torbido e mi mollò un ceffone in piena guancia.
Presi a spogliarmi lentamente, nessun contatto, se ne stava di fronte a me imbambolata a guardarmi, non le chiesi nulla, mi levai solamente, uno ad uno, tutti gli indumenti: giacca, cravatta, pantaloni, camicia, calzini...
boxer.
Rimasi fermo, in piedi, in silenzio.
Mi guardava, pensava, si mordeva il labbro inferiore, i suoi capezzoli spingevano contro la stoffa, mi desiderava. Sapevo che sotto quella gonna, fra quelle cosce tornite, tra le sue labbra gonfie, stava colando di puro piacere.
Le tremavano le mani e il suo sguardo era annebbiato: era mia. Mi passai la mano sul petto e la feci scendere sul ventre e sul mio sesso: la stavo aspettando...
Si spogliò pure lei, più lentamente ancora di quanto avessi fatto io: giacca, top e gonna. Aveva il reggicalze, eccolo il cioccolatino all'Aceto balsamico, sotto un classico abito da lavoro indossava biancheria intima molto sexy. Fece scattare i ganci del reggicalze, se lo tolse, poi arrotolò le calze color carne, prima una poi l'altra. Le lanciò attraverso la stanza, verso di me e planarono sul fagotto dei miei vestiti sul parquet lucido. Il reggiseno, aveva due tette da sogno, avrei voluto allungare una mano e... ma non potevo, stavamo conducendo una battaglia di nervi, non volevo perdere.
Tolse anche le mutandine, un triangolo di impalpabile stoffa che nascondeva il suo sesso gonfio e completamente depilato.
Mi mancava la salivazione, sentii il cuore in gola: eravamo nudi, l'uno di fronte all'altra, eccitati, immobili. Avrei voluto leccarla...
"Adoro i nudi di Modigliani, le sue donne, perché sono belle e appassionate, sensuali, spontanee, esplicite, erotiche: la sua ultima amante si è suicidata per lui..." disse.
La mia mente era pervasa da immagini del suo sedere rotondo che sbatteva ritmicamente sul mio ventre e del suo sesso che avvolgeva e fagocitava il mio uccello.
Mi avvicinai, le presi il mento con due dita, le voltai il viso verso sinistra per ammirarle il profilo: arrogante, da donna di città, altezzosa, sicura, arrivista, passionale, una donna in carriera, decisa. Un po' la odiai. Profumava di pulito, come una stanza da letto appena rassettata con le finestre aperte su un giardino fiorito in una splendida e calda giornata di primavera.
Con l'altra mano scesi lungo la sua schiena, era morbida, disegnai immaginari cerchi sulla sua pelle e mi intrufolai fra le sue natiche.
"In realtà Jeanne Hébuterne era la sua compagna, non solo la sua amante.." le dissi mentre andavo alla ricerca del suo calore.
Il seno mi premeva contro lo stomaco, era decisamente una piacevole sensazione, la sua guancia stava immobile contro la mia spalla. Sentivo il suo respiro lieve sulla pelle. Era tesa. Aspettava, si chiedeva, era eccitata. La sentii bagnata, la penetrai con un dito, la trovai già larga e lubrificata, probabilmente quel giorno si era già fatta sbattere da altri clienti, la ragazza.
Mi crebbe dentro una rabbia incontrollabile: la feci voltare e la bloccai contro una parete, con una mano le tenevo fermi i polsi sopra la testa, con l'altra feci strada al mio uccello che, senza difficoltà affondò in lei.
Presi a scoparla con forza, se lo meritava, non c'era nessun bisogno di dolcezza. Eppure dentro di lei tutto cambiò, mi accolse morbida, silenziosa, non capivo se le piacesse, se avesse voglia, se si stesse solamente infliggendo una punizione; sentivo solo che mi si stava ammosciando.
Allora scacciai tutti i pensieri e mi dedicai solamente a quella pelle morbida e a quel sedere sodo. Mentre affondavo dentro di lei le morsi una spalla, strinsi forte, per sentirla sottomessa, in mio potere, per bloccarla sotto le mie spinte, per udirne almeno un gemito di piacere.
Non mi importava nulla di godere.
Strano, perché quello era sempre stato il mio obiettivo primario, bensì volevo che raggiungesse, lei, un orgasmo devastante che la lasciasse molle e stordita fra le mie braccia, che la facesse accasciare sul nudo parquet...
Venni dentro di lei, non riuscii a trattenere il mio piacere, non aveva fatto nulla per eccitarmi e, forse, era proprio questo atteggiamento a farmi uscire di testa. Ero sudato come un animale mentre lei... nulla, impassibile, le colava solo il mio sperma tra le cosce leggermente divaricate. Sulla guancia aveva un segno rosso là dove l'avevo bloccata contro il muro e, su una spalla, l'impronta dei miei denti. Non ci stavo capendo nulla.
Sgusciò dalle mie braccia, non la trattenni, si infilò la gonna anche se con uno strappo allo spacco e indossò top e giacca. Raccolse la biancheria intima e la spinse dentro la borsetta. Si voltò un attimo, uno solo, per guardarmi negli occhi, mi diede un ceffone in piena guancia e sparì dietro le porte dell'ascensore lasciandomi solo col mio uccello colante e i miei pensieri arrancanti.
Vissi di gelosia, mi cibai di sogni, mi dissetai di ricordi.
Ogni giorno le mandai una rosa, una sola, semplice e perfetta rosa rossa, e un biglietto in cui la pregavo di impiegarla per ornare la sua scrivania ed esaltare la sua sensualità.
Mi chiedevo continuamente chi e come l'avesse presa, prima di me, quel pomeriggio, mi dava fastidio il fatto di non essere riuscito a farla urlare.
Muoversi dentro di lei, nel suo velluto, era stata una sensazione indescrivibile, no, la parola giusta esiste eccome: penetrarla era stato perfetto.
Non avevo mai provato una passione così divorante, fulminea, potente, devastante, animalesca, rabbiosa.
Andai a vivere in un appartamento acquistato da un'altra agenzia. Tappezzai le pareti di stampe di nudi di Modigliani e del profumo di pulito di Jane.
Scoprii di essere malato: per puro caso, durante un controllo di routine, mi venne diagnosticata una leucemia che non lasciava scampo.
Dopo essere stato ridotto in briciole da quella notizia, raccolsi i miei pezzi e mi guardai alle spalle. Della mia vita non ricordavo nulla, solo l' immagine vivida della schiena di Jane sulla quale mi sarebbe piaciuto passare lentamente i petali di quella rosa rossa che le mandavo ogni mattina.
Fu allora che decisi di scriverle una lettera, quella che ho iniziato a scrivere oggi, ma più che una lettera è il racconto di Jane e di un povero sciocco. Stamani l'ho chiamata per pregarla di venire da me, per questo, insieme alla rosa, le ho spedito le chiavi di casa mia. Vorrei farle trovare questo racconto al suo arrivo ma ora sono davvero stanco, questa malattia che non mi lascia nemmeno la forza di pensare, il tempo di amare, la gioia di possedere quella donna volitiva, di...
Quando sono entrata in casa ho trovato il cursore del computer che lampeggiava insistentemente sullo schermo e quest'uomo adagiato sulla poltrona di fronte alla scrivania, immobile, addormentato per sempre.
Non ho potuto fare a meno di leggere, di piangere lacrime amare.
Aveva ragione: un altro, quel pomeriggio, mi aveva scopata e mi sentivo attratta irresistibilmente, nonostante tutto, anche da lui. Averlo dentro di me aveva cancellato ogni sensazione precedente, l'altro non esisteva più. Mi sentivo sporca, riflettevo, mille immagini e pensieri volteggiavano freneticamente nella mia mente.
Sentirlo venire dentro di me mi aveva causato un intenso e silenzioso orgasmo.
Non so perché non l'ho mai chiamato oppure voluto incontrare se non oggi che è morto. Stupidità, orgoglio, che ne so... Quante notti, sola nel mio letto, mi sono sfiorata con la sua rosa, quanti orgasmi fra lacrime di frustrazione...
Ha arredato questa casa col pensiero rivolto a me.
Coi nudi di Modigliani e il ritratto di Jeanne Hébuterne: devo dire che un po' mi somiglia, ha gli occhi azzurri anche lei.
Non è più l'uomo che ho conosciuto quel giorno, ha il volto scavato dalla malattia e dalla morte, però è lui.
Provo una forte tenerezza. Non mi è mai capitato: io con gli uomini ci ho sempre e solo giocato, li ho adoperati. Per non essere io la vittima.
Mi capite? Adesso mi accoccolo su questo uomo, per un ultimo, tiepido abbraccio. Mentre lascio che il sangue defluisca lentamente dai miei polsi e quella nera signora mi accompagni da lui...

 

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