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Sto facendo la doccia, la assaporo come l'ultimo attimo di libertà, prima dell'incontro con il Padrone.
L'acqua scende bollente lungo il mio corpo, percorso da brividi che immaginavo di freddo e invece sono di paura ed eccitazione.
Il vapore acqueo si addensa nel bagno, contribuendo all'effetto nebbia che tante volte mi ha rilassata, facendomi indugiare in prolungate carezze del mio corpo con l'asciugamano.
Oggi non posso: il Padrone aspetta, devo essere assolutamente puntuale.
Chiudo il rubinetto della doccia, afferro l'accappatoio ed inizio ad asciugarmi, meccanicamente, lasciando che la mia mente continui a vagare verso l'incontro con colui che, per le prossime ore, sarà il proprietario del mio corpo.
Ho ancora i capelli, lunghi e neri, umidi quando esco dal bagno e mi dirigo verso il letto dove sono preparati i vestiti con cui il Padrone vuole che mi presenti a lui.
Faccio scivolare le autoreggenti lungo le mie gambe, appoggiando la punta del mio piede alla sponda del letto.
Mi chiedo quante volte l'ho già fatto negli ultimi tempi e per quanto ripeterò questo gesto. Prendo quella piccola corda bianca che spicca contro il nero della divisa su cui è appoggiata e dopo un doppio giro intorno ai fianchi la stringo tesa tra le mie gambe, serrata in modo che pizzichi il mio sesso e mi provochi già dolore.
Tutto ciò sarà il mio intimo, non è previsto altro.
Respiro profondamente alcuni secondi, per impormi quella calma che faticosamente sto cercando di mantenere, mentre ho il cervello inondato di pensieri ed emozioni.
Infilo le gambe nella divisa, un miniabito con un'ampia scollatura e un gonnellino di tulle gonfio che non è lungo neppure a coprire il bordo delle calze, e sistemo le corte maniche che coprono le mie spalle e solo una minima porzione del braccio, prima di afferrare la zip che sta in mezzo alla schiena e tirarla verso l'alto per chiudere la divisa e permetterle di aderire al meglio alle forme del mio busto, lasciando spiccare i piccoli seni, sono solo una seconda misura, con al centro i capezzoli che già spingono eccitati contro il tessuto.
Torno in bagno per terminare di asciugare i capelli e raccoglierli, spazzolandoli e lisciandoli, in una coda che annodo con un semplice elastico nero, sottile, attorcigliato più volte affinchè la coda sia resistente e i capelli restino perfettamente aderenti alla mia testa.
Fatto questo posso indossare il cerchietto bianco con la crestina in pizzo e fissarlo tra i capelli, in modo che contorni, da lato a lato, la mia capigliatura.
Penso che non appena uscirò per strada questa crestina si farà notare: salirò sull'autobus e più occhi guarderanno quella e il collare di raso e pizzo bianchi che sto stringendomi ora intorno al collo quasi come fosse già il crudele collare in cuoio che conoscerò non appena il Padrone ne avrà abbastanza della cameriera e vorrà avere tra le mani la sua schiava.
Tutti cercheranno di gettare un'occhiata di traverso, o uno sguardo fisso ed indagatore, al mio viso, al mio aspetto e ognuno di loro immaginerà una storia più o meno diversa.
Non mi spiace sentirmi osservata, osservare a mia volta il modo strano con cui la gente inizia a sognare non appena incontra qualcosa che non si adegua ai canoni quotidiani di ciò che siamo abituati a vedere.
Termino la vestizione: guanti bianchi puliti e guanti di lana nera per coprirli durante il tragitto, scarpe di vernice lucida con il tacco a spillo pronunciato e cappotto lungo che nasconda buona parte del mio abbigliamento.
Il tratto di strada per arrivare dal Padrone è breve: cinque minuti in tram e due fermate di metropolitana mi porteranno a pochi passi dal grande portone del suo palazzo.
Scendo in strada e con aria seria fingo di camminare rapidamente verso la fermata del tram, come se il mio lavoro fosse effettivamente quello della cameriera e fossi già in ritardo.
Questo è quello che dovranno credere i passanti che mi osserveranno, non sapendo che dentro di me, invece, sono un tumulto, un eccitazione crescente e costante, aggravata da quel tratto di corda che mi sega ad ogni passo.
In Tram sto in piedi: dovessi sedermi con quella corda mi taglierei in due le natiche. Preferisco il fastidio dei tacchi acuito dall'incedere titubante del tram nel traffico.
Guardo fuori dal vetro di fronte a me, cerco di concentrarmi sul susseguirsi di palazzi e vetrine che ormai conosco così bene che potrei citarle a memoria; lo faccio per distrarre i miei pensieri, per calmare il fuoco che c'è nei miei polmoni e che avvampa fino giù alla pancia e ancora più sotto. Non mi va nemmeno di incrociare lo sguardo degli altri passeggeri che già avranno visto ogni particolare della mia crestina e del mio collare nero e bianco.
Le due fermate di metropolitana scorrono allo stesso modo, anche se non ho nulla da guardare fuori perché laggiù, in quel budello, c'è solo il buio oltre il finestrino.
Mi guardo in giro, quindi, cercando di mostrarmi spavalda e sicura di me, incrociando gli sguardi della gente che affolla il vagone e che è immersa in pensieri e sensazioni certamente più normali dei miei.
Sono arrivata, scendo e, senza rendermene conto, affretto il passo. Non è paura di essere vista, non è imbarazzo per i giudizi della gente, è semplicemente voglia di arrivare dal Padrone.
Sono davanti al portone del palazzo, spingo la pesante porta in ferro battuto e vetri finemente lavorati che comunica, da sola, l'austerità dell'intero palazzo e, non appena dentro, incrocio lo sguardo, sopra la prima ampia scalinata, del portiere seduto dietro al suo tavolo sul quale è appoggiata l'odierna copia del quotidiano locale.
Mi riconosce e mi sorride il signor Giorgio: sa chi sono e cosa faccio.
E' un uomo mite, sposato da una vita e ormai a un passo dalla pensione, che è l'esempio vivente della discrezionalità. Forse mi avrà già giudicata e messa nel peggior girone possibile dell'inferno, ma quando mi incontra, che io sia vestita da cameriera come ora o da donna di malaffare, come spesso capita, sfodera il suo più bel sorriso e mi augura sempre la buona giornata.
Non sono più rigida e insicura come le prime volte che lo incontravo: ora mi viene naturale ricambiare il saluto in tutta serenità e annunciargli, letteralmente, che sto andando dal Padrone.
Lui sorride, scuote la testa, e torna alla lettura del suo giornale: mi domando, ogni volta, cosa pensi veramente della mia relazione.
Immersa in questo pensiero salgo le scale, rumoreggiando coi tacchi che picchiano sul marmo bianco della scala, e mi pongo davanti alla porta dell'appartamento: do i soliti 2 squilli concordati e mi pongo in attesa.
Il gioco è già iniziato: mi sono levata il soprabito e sfoggio senza remore la divisa da cameriera, restando rigida ed immobile davanti alla porta chiusa a un palmo dal mio naso.
Non passa nessuno, ma anche se fosse non avrei il permesso di muovere un muscolo, dovrei restare fissa immobile quasi contro la porta, a fissarne le modanature in legno, senza poter osservare l'eventuale inquilino che, transitando per le scale, finisse per trovarsi davanti la mia immagine.
Sono quasi cinque minuti, sono i soliti cinque minuti, che devono passare e ricordarmi che tutto dipende da Lui, dal Padrone, anche il semplice gesto di varcare la Sua soglia.
Poi, d'un tratto, il rumore della serratura finalmente; lui apre la pesante porta blindata e io apro il mio sorriso, incontrollato, semplicemente gioioso. In un attimo la porta si spalanca e ora lui è davanti a me: lo saluto con un filo di voce, regalandogli quel mio radioso sorriso.
"Dentro schiava." è il suo primo, classico, comando sferzante.
Muovo due passi, varco la soglia, supero il Padrone che richiude la porta d'ingresso e mi fermo immobile, senza voltarmi, con lo sguardo sul corridoio.
"Ispezione schiava" è il suo secondo comando.
Immediatamente allargo le gambe, intreccio le dita dietro la nuca tenendo i gomiti allargati il più possibile e piego il busto in avanti. La corda tira, ma non è nulla in confronto alla spinta decisa che ricevo sulla schiena e che mi fa piegare quasi a novanta gradi strappandomi un gemito di dolore per la tensione che aumenta insopportabilmente sul mio sesso, tra le mia labbra, quasi volesse strapparmele via dal resto del corpo.
Mi rilasso solo quando una delle sue mani afferrano la coda dei miei capelli, tirandomi la testa verso l'alto, e l'altra inizia ad accarezzarmi e frugarmi per verificare se i suoi ordini sono stati perfettamente eseguiti e se il mio stato di eccitazione è già evidente.
Si compiace del mio impegno, mi tira per i capelli per farmi tornare dritta e preme le dita, già condite dei miei umori, contro le mie labbra, dischiudendole e spingendole in bocca, sulla lingua.
Tengo la mandibola rilassata e lascio che giochi con la mia bocca, so che gli piace. Mi pizzica la lingua, sposta le dita lungo il palato, mi abbassa le labbra e osserva i denti, le tira e scopre il mio frenulo, fino ad obbligarmi a seguirne la trazione e ad alzare la testa.
Mi sta pizzicando forte le labbra e mi sta facendo male, ma non un suono esce dalla mia gola.
Il rito è ormai concluso, anche il Padrone si rilassa e mi dà un lungo bacio. Torno a sorridergli contenta, significa che anche questa volta mi sono preparata esattamente come lui si aspettava.
Mi porta in cucina, spiegandomi che prima di avere il privilegio di servirlo come oggetto di piacere, avrò davanti un intero pomeriggio di pulizie della sua casa.
Come al solito non è un'impresa impossibile, anzi: una donna lo aiuta nei lavori domestici e la Sua casa è sempre perfettamente in ordine, motivo per cui mi basta una spolverata e qualche attenzione ai sanitari per rendere l'appartamento splendente ancor più di quanto non lo fosse già.
Di contro, però, il rischio è tralasciare i particolari, gli angoli nascosti, i punti inarrivabili che il Padrone ha studiato e che ogni volta controlla, sicuro che troverà motivi per punirmi.
Mentre lui esce per alcune commissioni, io lavoro con attenzione e buona lena per tutto il pomeriggio, in silenzio, cercando di arrivare anche nei punti irraggiungibili della casa, dietro a i mobili, sotto i tappeti, persino agli angoli dei battiscopa.
Quando rientra mi trova in corridoio, in ginocchio, sguardo fisso alla porta, mani sempre dietro la nuca, in sua attesa.
Il Padrone mi scavalca e, appoggiata la sua valigia 24 ore, inizia ad ispezionare tutta la casa.
Io resto immobile e fremo, in attesa del responso.
"Spogliati schiava" sento la sua voce alle mie spalle. Senza modificare, per quanto mi è possibile, la posizione inginocchiata, levo la divisa e resto completamente nuda, riportando le braccia dietro la nuca.
Senza ulteriori ordini, il Padrone passa il rigido collare in cuoio intorno al mio collo, stringendolo in modo che aderisca perfettamente, inducendomi quel senso di leggera oppressione sulla gola che sembra fatto apposta per ricordarmi che anche l'aria che respiro è concessami da Lui.
Al collare si accompagnano le polsiere, le cavigliere e il guinzaglio che si aggancia con un clic all'anello del mio collare e che mi obbliga a seguirlo non appena il Padrone dà uno strattone.
Ora sono appesa, al centro di quella che io e Lui chiamiamo "la sala delle torture", mani sollevate in alto, piedi incatenati a terra, il collare rigidamente stretto intorno al mio collo.
Poi, come al solito, l'ultimo profondo bacio del Padrone, la sua lingua, le sue labbra, sostituite sempre troppo presto dalla ballgag che si fissa saldamente tra i miei denti.
Anche la sua vista mi viene preclusa subito dopo: il foulard nero cala dolcemente sui miei occhi, li avvolge nell'oscurità più completa, prima di farsi stretta crudele a causa del doppio nodo che il Padrone ha serrato forte, volutamente, dietro la nuca.
Il suo successivo complimento - "Come sempre uno splendido lavoro, schiava" - mi accarezza il corpo e l'anima. Vorrei sorridere, ma non posso fare nulla, solo ascoltare.
La prima scudisciata, sulla mia natica sinistra, arriva improvvisa e mi fa sobbalzare, risvegliandomi quasi dal torpore che l'eccitazione della situazione produce in me.
Adesso sono in tensione, mi aspetto la seconda da un momento all'altro e tengo stretta la pallina, che mi riempie la bocca, con i denti.
Arriva invece la dolce carezza della sua mano che sfiora la natica appena colpita, donandomi un istante, solo uno, di sollievo.
Dura poco: la seconda scudisciata, se possibile, è anche più dura e violenta della prima e l'altra natica mi va a fuoco in meno di un attimo.
Sobbalzo facendo tintinnare le catene alle quali sono appesa e gemo un urlo strozzato dal bavaglio. Questa volta è dolore puro quello che attraversa la mia spina dorsale e si getta nel cervello.
I successivi otto colpi sono della stessa intensità e agitano il mio corpo che non riesco più a controllare. Le mie sensazioni sono solo l'obnubilamento provocato dal dolore insistente e sempre rinnovato che mi squassa il cervello, le lacrime che si asciugano nella benda e il sudore che ormai imperla completamente il mio corpo.
Non mi abituerò mai: aspetto appesa il piacere al termine della punizione ma piango di dolore per il severo castigo che il Padrone mi ha appena impartito.
Ho lavorato perfettamente durante il pomeriggio, lo so, ma questo è servito a ricordarmi che sono una schiava e che il compiacimento si paga ugualmente caro.
Poi il dolore scema, e al suo posto subentra quello strano calore che è l'anticamera del piacere.
Lo scudiscio lascia il posto alle mani delicate del Padrone che già stanno prendendosi cura delle ferite e già indugiano in mezzo alle mie gambe, proprio al centro del mio sesso, là dove la clito è già un osceno bottoncino che pretende tutte le attenzioni.
Non vedo e non posso parlare, posso solo rilassarmi al contatto della mia pelle con la sua, del mio sesso con il suo che ora delicatamente, in un contrasto incredibile con la rudezza selvaggia di poco prima, spinge per farsi largo tra le pareti ormai ben lubrificate della mia vagina.
Sono all'apice del piacere quando lo sento uscire e forzare il mio ano, per violarmi con più cattiveria e ricordarmi, anche in questa condizione di godimento, che sono una miserabile schiava, il suo semplice oggetto di piacere.
Non posso parlare, non posso vedere, non posso neppure guidarlo o abbracciarlo. Sono una bambola appesa che inerme cerca di strappare un po' dei movimenti del Padrone per il proprio piacere ma che è lì solo perché da lei se ne tragga il massimo.
Non viene ancora, mi ha aperta per bene anche dietro quando sgancia i miei polsi, mi sostiene lasciandomi scivolare sulle ginocchia e li riaggancia dietro la schiena.
Sento la cinghia che si sgancia e la pallina che allenta la presa, la lingua la spinge fuori dalla bocca insieme alla saliva che scavalca il labbro inferiore e scende lungo il mento in un percorso ormai definito.
Le dita del Padrone pinzano il mio naso e guidano la mia bocca, rigorosamente spalancata, là dove lui desidera ora che la schiava concluda il lavoro dandogli il massimo piacere.
La presa al naso si sostituisce con quella ai capelli, alla coda, perfetta acconciatura per impossessarsi della mia testa e imporle a piacimento il ritmo, prima lento, poi veloce, poi di nuovo lento, poi a strattoni fino a dover ingoiare tutta la sua carne fino in gola, fino all'estrema prova del soffocamento.
Esplode così, nella mia bocca, mentre mi tiene incollata con presa sicura, tirandomi poi indietro quanto basta per sbattermi quel che avanza del suo piacere sul resto del viso, per pulirsi sulla benda nera della sua schiava.
Sono sfinita, lui lo sa, ma non è ancora il momento del riposo.

 

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